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 Scritto del 27/09/2007 << torna all'elenco
L'influenza di Malcolm X nell'hip-hop

Articolo apparso sul quotidiano  "Liberazione" in occasione dei quarant'anni dalla morte di Malcolm X

Quando ho iniziato a fare rap io, alla fine degli anni ‘80, Malcolm X andava alla grande.
Tutta la scena hip-hop afro americana era sotto la sua influenza. Andava il suo pensiero, la sua voce e il suo stesso portamento estetico. La foto di Malcolm X in giacca e cravatta che con una mano sposta la tenda di una finestra per guardare cosa succede in strada e con l’altra impugna un fucile automatico, non aveva rivali in fatto di icone. Le migliori hip-hop band di New York riprendevano i suoi discorsi per introdurre le canzoni, e la cosa più incredibile e forse irripetibile è che quelle canzoni si infiltravano ai primi posti delle classifiche pop, venivano trasmesse dalle radio e vendevano milioni di copie. Sembra davvero impossibile pensando allo stato del rap americano odierno. Ma quello era il momento più innovativo dell’Hip-Hop e Malcolm X, artista della parola, figlio di un predicatore, rivoluzionario anche nell’uso del linguaggio, offriva immagini perfette per l’identità della comunità afro americana.
In una battuta penso che Malcolm X piacesse perché era un un “bastardo”, un “motherfucker nigger” che aveva saputo darci dentro. Lui, giovane ragazzo di strada dedito ai piccoli crimini che si liscia i capelli per sembrare un bianco e che poi in prigione eleva la sua coscienza e scala tutti i posti della lotta organizzata del popolo nero è un giusto. Lui è uno che ha combattuto il potere bianco e anche quello della sua stessa organizzazione nera finendo ucciso. Nei ghetti non c’è molto ascolto per le ideologie rigide, il sottoproletariato che passa le giornate ascoltando musica hip-hop prende quello che serve e Malcolm X funziona. Come poteva essere diverso? Di lui si diceva che era l’unico negro in America che poteva fermare o dare inizio a una rivolta razziale. E non era solo il pensiero che affermava ad eccitare, era come lo affermava. Nelle strade di Harlem parlava dai tetti delle automobili ai suoi comizi per farsi sentire dalla folla che si radunava e l’incedere dei suoi discorsi aveva una metrica rap: “Vogliamo la libertà con ogni mezzo necessario. Vogliamo la giustizia con ogni mezzo necessario. Vogliamo l’uguaglianza con ogni mezzo necessario”.
Alla fine degli anni ’80 dominava l’ispirazione delle liriche hip-hop come James Brown ispirava i campionamenti delle funky drummer. Tutto veniva ripreso, anche il suo nome, o meglio il suo cognome acquisito: la X. Adottata per ricordare i padri, schiavi e analfabeti, che in questo modo firmavano i moduli che li liberavano dalle catene. Nei manifesti di quel periodo ricorreva questa sua frase: “I loro padri fecero lavorare i nostri padri per più di quattrocento anni senza pagarli. Noi lavorammo per niente per oltre quattrocento anni. Fummo venduti da una piantagione all’altra come si vende un cavallo… è tutto quel denaro accumulato con la vendita di mia madre, di mia nonna e della mia bisnonna che permette all’attuale generazione di americani bianchi di andare in giro per il mondo tutti impettiti: sapete, come se avessero qualche speciale abilità in economia. Vostro padre non è qui per pagare i suoi debiti. Mio padre non è qui per riscuoterli. Ma io sono qui per riscuotere e voi siete qui per pagare”.
Malcolm X eccittava perché alzava la posta. Negli stessi giorni in cui Rosa Parks disobbediva all’ordine di lasciare il suo posto sull’autobus a un bianco accendendo il movimento dei diritti civili di Martin Luter King con proteste e boicottaggi, Malcolm X incitava la sua gente a disobbedire alla chiamata alla guerra e a boicottare l’esercito americano: “Perché andare a morire in una terra lontana per questa cosiddetta democrazia che…”. Chuck D, voce dei Public Enemy, in un pezzo-capolavoro dell’88 “Black steel in the hour of caos” riprendeva il concetto: “Ho ricevuto una lettera dal governo/ l’altro giorno/ l’ho aperta e letta/ diceva che erano sucker/ mi volevano per il loro esercito/ immaginatevi le bestemmie/ dissi mai!/ ”.
E Krs-One, rapper numero uno del Bronx, affermava nelle interviste di quegli anni: “La ragione per cui la gente sta alzando il livello adesso non è per Martin Luther King, ma per il BPP, per Marcus Garvey, per Malcolm X”. I Public Enemy e Krs-One sono certamente i massimi artefici del miracoloso politicizzarsi dei ghetti neri attraverso la musica hip-hop. Krs-One, in particolare, (acronimo di “Knowledge reign supreme over nearly everyone”, “il sapere regna supremo sopra quasi tutti”) è la figura che più raccoglie l’eredità culturale di Malcolm X. La sua vita gli aveva riservato passaggi sociali simili al leader nero ucciso nel febbraio del ‘65. Giovane homeless, spacciatore per sopravvivere, Krs One viene beccato dalla giustizia e finisce in galera. Durante un corso di rieducazione conosce un Dj nero, Scott La Rock, che lo inizia al rap e gli insegna a indirizzare la sua rabbia verso un atteggiamento creativo e costruttivo, scoprendo dentro di lui un talento pazzesco nel comunicare in rima.
Ma, come in un copione già scritto, Scott La Rock muore per un colpo di pistola sparato fuori da un locale mentre cerca di pacificare una rissa tra bande nere, una delle tante guerre fratrcicide. Krs-One, rimasto senza il suo socio e guida artistica, legge Malcolm X ed è come se leggesse di sé stesso, imprimendo nel suo cuore quella che sarà la sua missione futura: “Come leader sono in grado di parlare al microfono. Conosco il pericolo che si nasconde nei ghetti. Lo spavento che possono incutere gli adolescenti del ghetto se spinti alla violenza. Il trafficante del ghetto non ha nessuna inibizione psicologica, non ha religione, non ha nessun concetto morale, nessuna paura, niente, per sopravvivere è sempre lì in agguato pronto a sbranare il suo simile…”. Un anno dopo è l’88, anno d’oro dell’Hip-hop, esce il disco-manifesto: “By all means necessary”. Krs-One in copertina riprende la famosa foto di Malcolm X, ma la attualizza, al posto di giacca e cravatta indossa una tuta da ginnastica e al posto del fucile automatico impugna una mitraglietta uzi. Il messaggio sembra cruento per attirare i più estremi ma all’interno le parole dicono: “Bisogna fermare la violenza tra di noi con ogni mezzo necessario” Da allora prenderà anche il nome di “The teacher” e darà vita allo “Stop the violence movement”.


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