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 Scritto del 18/05/2007 << torna all'elenco
Libro: Storie di assalti frontali - Conflitti che producono banditi (prima edizione 1997- terza edizione maggio 2007)

Editiamo per la terza volta “Storie di assalti frontali” per dedicarlo alle nuove generazioni dei centri sociali e del movimento. Molti di questi giovani ribelli del ‘2000 mi chiedono una copia del libro al nostro banchetto quando suoniamo dal vivo o vengo a sapere che l’hanno avuto dal fratello maggiore o all’interno di qualche luogo politico o sociale dove viene tramandato come “un testo da leggere”. Dunque mettiamone in circolo un altro po’ di copie. Ho scritto queste pagine all’inizio del ’97, esattamente dieci anni fa, e ringrazio quel periodo in cui decisi di passare quasi sei mesi della mia vita praticamente chiuso in casa per giorni e giorni a scrivere. Percepivo che stavano cambiando molte cose intorno a me e volevo fissare alcuni momenti importanti per ricordare le cose positive e quelle negative. Racconto una storia personale, la storia di un gruppo musicale e anche la storia di un movimento collettivo che i centri sociali li ha pensati, occupati e lanciati nel nostro paese come modello vincente di aggregazione sociale e culturale. Vincente perché malgrado tutte le crisi e i problemi oggi esistiamo ancora, resistiamo, duriamo, ci evolviamo e questa non è già una vittoria in un tempo che divora tutto con velocità pazzesca? Oggi molti mi chiedono: “Ma quanto sono cambiati i centri sociali in questi quindici anni?”. Ecco, leggete questo libro e troverete delle risposte. Ma anche chi vuole semplicemente assaporare alcune emozioni ed azioni di chi ha portato una sfida dentro la comunicazione moderna per costruire un linguaggio e un percorso sovversivo troverà qui dentro la sua soddisfazione. Per noi il rapporto tra musica e politica ha avuto sempre l’intenzione di formare più che di informare, formare nuove strade, nuovi cervelli, nuove possibilità, più che rivelare verità nascoste che sono sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. Ma soprattutto autoformarci direttamente dentro le esperienze. Questo è l’augurio che facciamo a tutte le nuove leve. Buone esperienze rivoluzionarie. Buona lettura e buon viaggio.   

 

CAPITOLO 1 – La culla
(...) Nell'autoproduzione mi ci sono ritrovato per caso. È stato un mix di malattia politica e fissazione per la parola a precipitarmi in questa storia. Ho sempre amato la sublime elevazione di un testo "a registro". Come scriveva Victor Serge: "Ho spesso pensato che la poesia sostituiva per noi la preghiera, tanto ci esaltava". Certo, mai parole fini a se stesse, ma quelle messe insieme per sfamare, per allargare la mente, per scendere nei territori profondi dell'essere. L'evasione impossibile di Sante Notarnicola e le sue poesie dal carcere mi scuotevano più di qualsiasi documento politico o riunione. A scuola, durante le battaglie dei primi anni Ottanta, scrivevamo volantini, ma quello che mi intrigava nel farli era metterci dentro metafore e parabole che spiazzassero chi era abituato a leggere i soliti sermoni. Ho avuto la fortuna di incontrare un compagno che aveva qualche anno più di me e che era un maestro in quest'arte. In quegli anni ho interiorizzato l'assoluto bisogno di rinnovare il linguaggio con cui si comunicava nel movimento. Non ero capace di suonare e se mi trovavo sulla spiaggia davanti al fuoco con chi ci sapeva fare con chitarre e tutto il resto rimanevo incantato, anche se io ero quello che non cantava mai.
Andavamo ai concerti con le borse con dentro bottiglie con dentro benzina. E ci scontravamo con servizi d'ordine e polizia per ore. Lungo la Cristoforo Colombo c'era il Tenda a Strisce e poi il Palazzo dello Sport, ogni concerto era un appuntamento di movimento. Eravamo i "giovani autoriduttori", perché la musica era la nostra cultura, ne avevamo bisogno e non avevamo i soldi per ingrassare i papponi. '83-84-85, i centri sociali ancora non c'erano. Non pagavo mai il biglietto. Una volta lo pagai perché ero appena uscito da un breve soggiorno a Regina Coeli e non volevo grane. Gli altri entrarono tutti poco dopo sfondando. Mi venne il mal di pancia che mi rovinò il concerto e pensai che avrei sempre combattuto i mercanti della musica.

(...) Vengo dal ceppo autonomo di S. Lorenzo. Andavo a scuola vicino alla stazione Termini, Plinio Seniore, scuola rossa con passato furioso. Quando entrai fu una botta. I cortili interni erano pieni di murales con disegni di indiani in guerra, ricordo di precedenti occupazioni. La libertà di movimento e discussione era enorme. Le riunioni degli studenti medi le facevamo a via dei Volsci il pomeriggio, lì i "responsabili" ci seguivano e consigliavano. Ne ero attratto irrimediabilmente. Come voltavo l'angolo di via Tiburtina il fermento si respirava nell'aria. Il posto brulicava, un vociare, un rumore di sottofondo, sembrava dovesse succedere sempre qualcosa di grosso da un momento all'altro. Tutti fomentavano. Zona "off-limits", le guardie non passavano e quando succedeva facevano finta di non vedere. Meglio così, meglio per noi, meglio per loro. Questione di rapporti di forza. L'assassinio di Valerio Verbano, un compagno di 19 anni che andava a scuola all'Archimede, fu il primo vero evento che mi travolse. Lo uccisero i fascisti che lo aspettavano dentro la sua casa. Riuscirono a entrare, legarono i genitori in una stanza e quando arrivò Valerio gli spararono. I compagni di Roma fecero un manifesto con la foto della Volante rossa e la scritta: "È morto un partigiano ne nascono altri cento". Pensai che io sarei stato uno di quei cento. Avevo 13 anni. Era il febbraio del 1980, volevo andare al funerale ma mia madre, professoressa di matematica in un Istituto tecnico, mi disse di stare a casa e ci andò lei. Il giorno dopo "la Repubblica" titolava: "Bombe e molotov a Roma, l'autonomia si vendica". Rimpiansi di non essere stato lì. Credo che per mia madre quella fu l'ultima manifestazione extraparlamentare e da quel momento cominciò a guardarmi convinta che mi sarei presto cacciato in qualche guaio serio. Sentivo le storie che si raccontavano su Valerio e i suoi 19 anni me li immaginavo come quelli di un uomo... ora so quanto la sua vita sia stata breve, ma so anche che non è l'anagrafe che può pesare quanto una vita vale. Dopo otto mesi ci fu l'affissione della lapide in suo ricordo, la mia prima manifestazione. Tentai di arrivare sotto casa di Valerio, ma era impossibile, pieno di guardie, così presi l'autobus e tornai a casa. In realtà i compagni si erano "autoconvocati" poco distante, oltre il Ponte delle Valli a viale Libia, ed erano partiti in corteo bloccando il traffico tra cui il mio autobus. Mentre scendevo tutto contento per averli finalmente trovati vidi arrivare le volanti e volare le bottiglie, fiamme dappertutto. Le macchine in mezzo alla strada, a fuoco le macchine della polizia, un compagno finì tra le fiamme e rischiò di bruciarsi ma si salvò. Era l'impatto, durò un po', poi scapparono tutti. Anch'io scappai seguendo dei compagni che avevo conosciuto da poco (e penso che si chiesero che cazzo ci facevo lì, non era certo il posto dove sarei dovuto stare in quel momento). La mattina dopo a scuola c'erano i giornali con le foto e gli articoli, tutti ne parlavano, io non dissi niente. Così fu il mio battesimo.

(...) Cominciai a fare trasmissioni a Radio Onda Rossa (che ci dava un'ora a settimana come studenti medi). Una cosa volevamo di sicuro evitare: no noiosi pipponi che fanno addormentare i coraggiosi e cambiare stazione agli insofferenti. A casa incidevamo testi su sottofondi musicali. Ore e ore a registrare perché venissero bene. Fissati e scrupolosi, ritmo, intonazione, comprensione. Parlavamo della "modernità che avanza". Ho ritrovato un testo che si chiamava Metropoli off-limits: strani orizzonti sotto questo cielo... 1983. Iniziava così (su Wish You Were Here dei Pink Floyd): "Mi stupisco come a volte basti un'immagine particolare o una particolare frase a fissare l'attenzione su dettagli, facendomeli riscoprire del tutto nuovi... Lo sguardo discreto e indagatore di una delle tante telecamere sparse per strade e corridoi. Abitazioni-loculi riprodotte all'infinito in blocchi giganti. Folle di acquirenti ingoiate a ondate successive da ipermercati di periferia. Sbirri, vigilantes e fanatici, tutti armati e pericolosi, tutti ottusi e arroganti. Farneticazioni in modulazione di frequenza da parte di radio nient'affatto libere. Programmi televisivi che incollano al tubo catodico milioni di menti. Tutti questi sono solo alcuni aspetti di uno scenario inconsciamente appena sfiorato dal nostro pensiero... Usare la comunicazione sociale, qui e ora, come variabile incontrollata, come grimaldello per forzare l'orizzonte, per filtrare la luce del giorno tra le tenebre del villaggio-incubo, popolato da orchi e gnomi. Mostri della cattiva coscienza collettiva che non ha saputo opporsi al consenso insensato".

(...) Anche Villa Ada cambiava veloce. Lì vidi coi miei occhi l'ascesa inarrestabile dell'eroina nel movimento. Cominciarono a bombarsi in massa, uno a uno. Ci guardavamo disorientati con altri compagni: "Ora a chi tocca? Chi manca?". Tutti quei ragazzi che mi sembravano da paura e che avevo conosciuto. Gli stessi che volevano organizzare le ronde contro gli spacciatori, nel giro di pochi mesi o anche giorni assaggiavano, apprezzavano e non volevano saperne di mollarla. Un'epidemia. Una fuga dall'angoscia che non faceva che riprodurla. Sono per istinto contrario alle dietrologie ma sembrava davvero che ci fosse una regia esterna. Nel giro di una stagione il posto era distrutto, i rapporti degeneravano. Isterici. Interessati. Venivo a sapere storie agghiaccianti. Due di Villa, due "fratelli", si vanno a fare dietro una chiesa lì vicino, uno collassa, l'altro se ne va lasciandolo per terra dopo avergli sfilato il portafogli. Unico interesse farsi, svoltare i soldi per farsi. Molti la spingevano direttamente, le guardie premevano, non si respirava più e quell'esperienza finì. Ne uscivo schifato. Non avevo la forza di oppormi ma mi giurai che non l'avrei mai toccata e non l'ho mai toccata. Nemmeno una pippata. Per principio. Perché è l'eroina. Lì per lì pensavo che la "roba" trasforma inevitabilmente chi la prende rendendo tutti uguali e tossici. Pensavo che o ne esci del tutto o sei sempre fottuto. Poi cambiai parere su questo argomento.
Una grande parte dell'area sociale di Villa continuava le storie tra viale Libia e via Nomentana, quartiere Africano. Quell'incrocio di strade, piazze e muretti gridava nella notte con tali bracieri... un liquido di politica droga e stadio continuava ancora. Ricordo una scritta fatta dai compagni: "La casa si prende l'affitto non si paga". Sotto qualcuno aveva aggiunto: "Diteci dove", firmato Cucs. Lì conoscevo Geppo che era un mito della curva sud, un pezzo di pane trascinatore che lo vedevi sempre con una decina di persone intorno. Una calamita. Aveva occupato un casolare per farne una specie di piccola comunità dove adesso c'è la stazione Nomentano... i tamburi suonavano, le siringhe passavano di vena in vena e l'invisibile falce aleggiava su quelle vite che avevano scelto la parte oscura del rifiuto dell'ordine borghese. Dieci anni dopo molti di loro non vivevano più. Quando Geppo l'arrestarono in Sardegna in curva facevano collette, lui mandava lettere dicendo che nel carcere i sardi erano un inferno insopportabile, che non parlava con nessuno e che Regina Coeli era un albergo in confronto. I compagni dell'Africano animavano una piazza chiamata "Sedia del diavolo". Mi piaceva vederli come un punto di riferimento compatto, un "qui non si passa". Discutevamo. Come opporsi alla deriva? Come trasformare gli anni Ottanta? In quell'area diventavo intimo del Duka, sempre molto elegante, abiti all'ultima moda che glieli faceva il padre sarto. Bruciava dalla voglia di esserci, spingeva le notti fino all'alba e troverà poi nelle "zone temporaneamente autonome" le risposte che cercava. La politica la intendeva come una ricerca di linguaggi nuovi, diceva: "Come vieni scoperto, come ti mettono sotto le telecamere la tua anomalia non ha più senso e hai finito la corsa, devi evolverti in un altro passaggio".
Nelle vie dell'Africano avevo rapporti di fratellanza con chi si bombava. Assimilavo una certa conoscenza nel campo e finivo per togliermi molti pregiudizi ideologici. L'eroina rende schiavi e va sempre combattuta, ma vedevo alcuni affrontare la dipendenza con una dignità di elevata qualità. Altri non guardavano in faccia nessuno e scendevano nel fango. L'eroina mette in difficoltà e svela la natura profonda di chi ci sta sotto. Non mi tiravo indietro nel confronto e con un fratello "a rota" feci dei viaggi purificatori. Pensavo di potercela fare, provai e riprovai poi dovetti scegliere se accettare o andarmene. Rimasi, e feci bene. Investii nel rapporto più profondo e stimolante che poi ho avuto e ho ancora. Era un guaglione che se ne andava per le strade dell'Africano su un Morini 125, camicia aperta, capelli biondi al vento.Uno che ti coinvolgeva e si faceva amare e che poi, per un periodo, sarà chiamato con un nome largo e scandito... NCOT. Ci siamo lasciati e ritrovati e rinnovati ed è passata una vita. Fratello n.1. So che ci sei e so che sono fortunato ad avere un legame così, senza bisogno delle piccole conferme continue e con il cervello sempre in alto, in viaggio. Eccoti qua ora. Cresciuto nel centro del cuore della Campania, nel quartiere antico di Salerno, un carattere affinato in anni di battaglie di strada. Destinato ad altre epoche e costretto a vivere in un film per sopportare questa. Lui è quello che non si tira mai indietro, il "di più", il sopra le righe, quello che si metteva a parlare amichevolmente con le guardie a un posto di blocco con la macchina imbottita di "storie". E poi sedeva in trattoria a mangiare e si intrometteva nei discorsi dei tavoli vicini per dire la sua. Un pugile. Una volta stavamo in moto fermi a un semaforo e c'era un nazi che umiliava un marocchino, allora lui se lo guardava, poi si è tolto il casco, mi ha detto di aspettarlo e con calma è andato a fargli sanguinare la coscia e maledire il momento in cui ha creduto di essere prepotente e infame. È fatto così, è quello che si perde nell'olio della notte e non sai più dov'è finito... la politica vissuta nella routine delle scadenze lo intristisce, la normale vita di una normale coppia lo intristisce. Mi diceva: "Non c'è sentiero, il sentiero sono le orme dei tuoi passi. Non c'è sentiero, il sentiero si apre camminando". È stato una delle anime portanti di Assalti (e dell'O.R.P. prima) senza mai uscire del tutto allo scoperto sulla scena pubblica. Preferiva restare in prima linea dietro le quinte e si guadagnava il prestigio dovuto nelle storie di strada. "Vivere è difficile e qui si sbrocca facile"... NC, mia fonte di ispirazione di molte immagini dei testi.


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