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 Scritto del 27/09/2007 << torna all'elenco
Il rap in Palestina - incontro e intervista con i DAM - aprile 2005

Tre ragazzi palestinesi al microfono a fare rap. E a farlo bene. L’altra sera li ho visti in azione. Con il loro colore verde oliva della pelle, la sciarpa palestinese al collo, che ondeggiavano a ritmo di cassa e rullante e incitavano un migliaio di studenti e studentesse romane nella facoltà di lettere dell’università: “Fanculo….”, gridavano, “Occupazione!”, rispondeva in coro il pubblico.
Ci sanno fare, pensavo, e non potevo fare a meno di commuovermi. Pensavo a quanti loro coetanei, magari vicini di casa, non hanno trovato altra forma per esprimersi che quella di indossare una cintura esplosiva e farsi saltare in mezzo ad altri giovani israeliani. Pensavo chissà se arriverà mai una terza intifada, ma questa volta con i corpi che bruciano e si uniscono al tempo della musica invece che a quello del tritolo. Non è una cosa impossibile, i tempi cambiano e cambiano anche le forme della comunicazione politica.
E martedì scorso a Roma abbiamo avuto la gradita visita di una piccola truppa di nuovi combattenti: i DAM, un gruppo di rap palestinese con passaporto israeliano. Abitano a Lod, cittadina israeliana a venti chilometri da Tel Aviv, dove convivono ebrei e arabi musulmani e cristiani.
La loro casa discografica si chiama “48 records”, e si riferisce chiaramente al 1948, l’anno della “catastrofe” per i palestinesi, quando furono cacciati in massa dalle loro terre. Il loro nome DAM, invece, ha diversi significati: vuole dire “eternità” in arabo, ma anche “sangue” in ebraico, e in inglese è l’acronimo di “Gli Arabi controllori del Microfono”. Sono effettivamente in una posizione di vantaggio rispetto ai loro fratelli che vivono nei campi profughi, possono viaggiare, incontrare altre persone nel mondo, cosa che dovrebbero poter fare tutti.
Ma non dimenticano neanche un momento quali sono le loro origini. Atterrati a Fiumicino per un piccolo tour romano, ci ritroviamo in un aula dell’università di Roma per un incontro pubblico organizzato dal collettivo “Studenti contro la guerra” che si è fatto carico di organizzare il viaggio.
Ci siamo io, c’è il Danno del “Colle der Fomento”, ci sono i Dam. E’ una lezione particolare: Il rap come linguaggio di resitenza. I tempi cambiano ma i luoghi tornano, e così torno a parlare di rap nella stessa scalinata che aveva visto l’ascesa dell’Onda Rossa Posse durante i tempi dell’università occupata dalla “Pantera”. Esattamente quindici anni dopo. L’aula è piena il pomeriggio e soprattutto sarà strapiena la sera per il concerto. A seguire questa insolita lezione si mescolano studenti e studentesse curiose, amanti dell’hip-hop e attivisti della causa palestinese.
Quando attaccano i fratelli Tamer e Suhell Nafer, di 26 e 21 anni, e Mahmoud Jrere di 22 anni, li incalziamo con le domande.

Come avete iniziato a rappare, riprendendo una cultura che nasce dall’altra parte del mondo?

“Abbiamo iniziato nel 1998. Il 90% della musica araba parla d’amore ma la realtà che viviamo non è fatta di buoni sentimenti e così quando ascoltavamo 2 Pac sentivamo le sue stesse emozioni e abbiamo cominciato anche noi a esprimere i nostri sentimenti su quel tipo di ritmo. La musica che usiamo ha influenze miste, basi del rap americano ma anche strumenti musicali tradizionali. Per i testi noi combattiamo molte battaglie. La nostra è un città dove circola droga in quantità con tutti problemi relativi, ma questo non è niente in confronto alla coscienza che abbiamo di essere differenti dagli israeliani e sottoposti a un Apartheid. Quando sei ragazzo hai il primo impatto a scuola, lì realizzi che sei differente, quando nei programmi scolastici si sostiene la propaganda sionista. Poi capisci anche tutto il resto, cosa significa divieto di costruire, impossibilità di avere licenze edilizie, distruzione di case, esproprio della terra.

Dove fate i concerti e qual è l’aria che si respira alle vostre esibizioni?

Ovunque possiamo suonare noi suoniamo. Sia in Israele che nei territori occupati, anche se spesso è difficile passare ai checkpoint e veniamo rimandati indietro. Ci esibiamo nelle scuole, nei locali, nelle università, nelle manifestazioni, ai campi estivi. A volte abbiamo affittato un camion e con le casse montate abbiamo creato dei sound system mobili che giravano per le strade. La maggior parte dei nostri concerti sono gratis, se suoniamo in Israele facciamo pagare 6-7 euro all’ingresso e spesso sono benefit per mettere su un centro di computer a Gaza, o per i prigionieri politici.

Avete rapporti con rapper israeliani?

Noi cantiamo in arabo, in inglese e anche in ebraico, in questo modo facciamo arrivare il messaggio anche agli israeliani e creiamo un ponte con loro. Ci sono rapper israeliani con i quali abbiamo collaborato scrivendo delle canzoni insieme, degli altri invece che non sono in grado di capire il nostro grido di protesta e con loro ci siamo scontrati anche fisicamente. Ma non esistono di solito gare di freestyle e non è mai successo che abbiamo potuto combatterci con insulti in rima.

Con la vostra attitudine di rap politico riuscite a stare nel mercato discografico?

È molto difficile riuscire a produrre dischi nella nostra situazione. Ci abbiamo messo 4 anni a produrre il nostro primo disco che uscirà a giugno. Abbiamo fatto tutto da noi e non abbiamo ancora chi ce lo distribuisce. Ma non rinunciamo a quello che vogliamo dire. Se il palco e l’esibizione live è importante, la scrittura è la cosa principale. Per noi ogni parola deve essere chiara, il messaggio deve arrivare perché sentiamo la responsabilità della lotta di un popolo. Noi vogliamo rilanciare la cultura palestinese. Quando pensi alla musica araba, pensi a quella libanese o siriana o a qualcun altra, ma non a quella palestinese. Nella mappa della musica e dell’arte noi vogliamo costruire un’identità palestinese.

Le radio israeliane passano i vostri pezzi?

In radio siamo esclusi e passiamo solo grazie ad amici DJ. Le radio di destra ci mandano ogni tanto, quelle di sinistra preferiscono solo pezzi d’amore.
Siamo conosciuti perché cantiamo alle manifestazioni e per questo motivo ci mandano spesso in televisione.

Come è stata recepita la vostra musica dai combattenti palestinesi?

Ci siamo fatti conoscere nel nostro mondo e nei territori occupati. Tutti i palestinesi ci hanno incoraggiato ad andare avanti per questa strada. Anche Arafat ha ascoltato una nostra canzone e ci ha fatto i complimenti. Ci sono molti bambini che ascoltano la nostra musica adesso, e per noi questa è la soddisfazione più grande.

Subite la repressione in quanto gruppo musicale?

Si, riceviamo molte critiche. Un giornale è arrivato a scrivere che il Mossad dovrebbe interessarsi a noi e controllare quello che facciamo. Ma non possono fare niente contro la nostra musica. Noi non cantiamo l’odio e non istighiamo alla violenza, noi parliamo di diritti e chiediamo la libertà e per questo non possiamo essere messi a tacere.


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